Dire no come atto di libertà
“Ogni volta che una donna riesce a ritrovare una piccola parte di sé che la violenza aveva sommerso, sento che il mio lavoro ha un senso” – racconta Alice – “E non si smette mai di imparare perché ogni donna, ogni ragazza ha la propria storia, il proprio vissuto da raccontare” ripete più volte quando parla del percorso di Trama di Terre dentro il progetto La forza di un no, finanziato dal bando NORA, che affronta il tema del matrimonio precoce e forzato.
Un fenomeno ancora sommerso
I matrimoni precoci e forzati sono una forma ancora troppo poco conosciuta di violenza maschile contro le donne. Un fenomeno complesso, sommerso, spesso ancora ignorato, specialmente in Europa e in Italia.
Secondo l’Istat, nel 2024 in Italia 375 donne con background migratorio hanno subito un matrimonio forzato, mentre il Ministero dell’Interno ha registrato 107 reati di matrimonio forzato tra il 2009 e il 2024. Sono numeri frammentari, che aiutano a intravederne la presenza ma non consentono di restituire la reale portata del fenomeno. L’assenza di una raccolta sistematica, continuativa e coordinata dei dati rende più difficile individuare precocemente le situazioni a rischio e sviluppare interventi efficaci e mirati a livello territoriale.
Alice, che coordina il centro antiviolenza di Trama di Terre a Imola, lo ha imparato anche attraverso l’ascolto delle donne: il matrimonio precoce e forzato non si riconosce sempre subito.
A volte resta sotto la superficie di altre violenze. A volte emerge dentro un percorso già avviato per maltrattamenti in famiglia. A volte una donna arriva al centro per raccontare la violenza del partner e solo dopo inizia a chiedersi quanto spazio di scelta ci fosse stato, davvero, dentro quel matrimonio.
Dall’ascolto delle donne alla formazione
Per questo, il lavoro di Trama di Terre dentro NORA non parte dal fenomeno in astratto, ma dalle storie. “Il nostro lavoro è partito proprio dall’ascolto e dal contatto diretto con le donne”, racconta Alice “Sono le donne stesse ad averci insegnato la metodologia che portiamo avanti”.
La forza di un no parte dalla raccolta delle esperienze di 19 donne sopravvissute a matrimoni precoci e forzati già in contatto con il centro antiviolenza.
“Dalle loro parole e dalle loro storie abbiamo sviluppato un set di materiali formativi, una piccola cassetta degli attrezzi” la definisce Alice “Strumenti per rilevare il fenomeno, favorire l’emersione e accogliere una richiesta di aiuto senza minimizzarla.”
Scuola, consenso e nuove generazioni
Grazie a La forza di un no questa cassetta degli attrezzi è uscita dal centro antiviolenza ed è entrata nei luoghi che donne e ragazze frequentano quotidianamente come, ad esempio, scuole e consultori.
Nelle scuole, il progetto ha coinvolto più di 300 ragazze e ragazzi e circa 45 docenti in percorsi di formazione e sensibilizzazione. Parlare di consenso con le nuove generazioni ha aperto domande che spesso restano chiuse dentro le famiglie.
“Dopo le formazioni, due ragazze, una di origine bengalese e una di origine pakistana, hanno iniziato a interrogarsi sul matrimonio proposto loro dalla famiglia.” racconta Alice “Non avevano ancora tutte le parole, né tutti gli strumenti. Ma hanno cominciato a chiedersi se quella situazione fosse davvero così lontana da ciò di cui si era parlato in aula”.
Una rete contro la violenza di genere
Per Alice, è qui che il lavoro trova il suo significato più concreto: quando rende possibile un riconoscimento. Quando una ragazza riesce a farsi una domanda in più. Quando un’insegnante comprende che dietro una frase detta a metà può esserci una richiesta di aiuto.