“Ho imparato a riconoscere la violenza anche dove non la vedevo”
Enrico ha 34 anni, è toscano e lavora come cuoco a Milano.
“Per molto tempo ho visto me stesso come una persona non violenta” – racconta – “Poi, dentro una relazione, qualcosa si è incrinato. Una partner gli ha detto che alcuni suoi comportamenti avevano a che fare con un tipo di mascolinità che definiva “tossica.”
All’inizio quella frase gli è sembrata lontanissima dall’immagine che aveva di sé. Si è difeso, ha negato, ha provato a respingerla. Ma con il tempo quella critica è rimasta lì, come una domanda.
“Quello che mi era stato detto contrastava molto con la persona che pensavo di essere.”
Eppure, allo stesso tempo, qualcosa gli risuonava. Alcune relazioni erano finite e non riusciva davvero a capire perché. Così ha iniziato a cercare uno spazio in cui potersi mettere in discussione. Prima un cerchio maschile nato in una palestra sociale di Milano, poi libri, ricerche personali. Infine, l’incontro con l’associazione Mica Macho.
Decostruire per costruire
Il progetto Decostruire per costruire di Mica Macho APS, sostenuto dal bando NORA, nasce proprio per creare spazi in cui le persone che si identificano come uomini possano interrogarsi sui ruoli di genere, sulle relazioni e sui modelli di maschilità che hanno interiorizzato.
Attraverso il progetto è stato potenziato lo sportello di autocoscienza maschile online, che ha registrato oltre 250 partecipanti solo nell’ultimo anno. Lo sportello offre uno spazio di confronto sicuro e guidato per chi, come Enrico, desidera mettersi in discussione e riconoscere ciò che spesso nelle relazioni resta invisibile.
Sotto la punta dell’iceberg
Nel suo percorso di autocoscienza, Enrico ha iniziato a dare un nome a ciò che prima non riusciva a vedere. Ha compreso che la violenza non coincide solo con il gesto fisico, ma può essere anche verbale, psicologica, fatta di piccoli comportamenti e modi di stare in una relazione.
Questa consapevolezza non è arrivata come una risposta semplice. È stata, piuttosto, l’inizio di un percorso più scomodo che lo ha portato a mettere in discussione sé stesso, ma anche il sistema in cui cresciamo e ci formiamo.
Un sistema in cui stereotipi e diseguaglianze di genere continuano a essere normalizzati e passati sotto silenzio perché sono profondamente radicati nella vita quotidiana di tutte e tutti.
È questo il quadro che la ricerca di ActionAid “Perché non accada” ricostruisce a partire dall’analisi dalla “giornata tipo” di una donna o una ragazza in Italia. Casa, lavoro, luoghi pubblici, trasporti, spazi sportivi, culturali e digitali: in ognuno di questi ambiti – fisici o virtuali – prendono forma aspettative, limiti e ruoli che incidono concretamente sulla vita delle donne, e che rappresentano il terreno su cui la violenza maschile contro le donne trova spazio e giustificazione.
Questi elementi ci aiutano a leggere l’esperienza di Enrico in una cornice più ampia: se il contesto in cui viviamo non ci abitua a riconoscere le disparità, i comportamenti violenti possono diventare più difficili da vedere. Non perché non esistano, ma perché vengono confusi con l’abitudine, con il modo in cui “sono sempre andate le cose”.
Un percorso che richiede tempo
Il cambiamento, per Enrico, non è stato diventare un’altra persona. È stato avvicinarsi di più a sé stesso.
Lo spazio dell’autocoscienza ha significato soprattutto trovare strumenti che nessuno gli aveva insegnato: riconoscere le emozioni, capire da dove vengono, provare a stare nelle relazioni con più responsabilità. La parte difficile, dice, è mettere tutto questo in pratica ogni giorno. Ma è anche lì che il percorso acquista senso.
Perché avvicinarsi a un gruppo di autocoscienza? Enrico risponde così: “Mi ha aiutato ad aprire gli occhi su un sacco di aspetti critici di me stesso e a prendere il tempo per ripensarli, stando meglio con me stesso e con gli altri. La domanda forse è: perché non farlo?”.