Una narrazione diversa con le persone al centro
Francesca è responsabile della comunicazione di METI, associazione che lavora con persone adulte che hanno vissuto abusi nell’infanzia. Il suo vissuto di pedopornografia e sfruttamento sessuale infantile l’ha portata ad avvicinarsi all’associazione.
“Cercavo da tempo uno spazio in cui raccontarmi senza paura, senza temere di spaventare gli altri con la mia storia. In METI l’ho trovato”.
Nel percorso con l’associazione, Francesca ha compreso poco alla volta che la difficoltà di raccontarsi era legata anche al modo in cui esperienze come la sua vengono rappresentate: narrazioni distorte e stereotipate possono alimentare isolamento e silenzio. Da qui è nato il suo interesse per il racconto degli abusi sui giornali.
Riconoscere la complessità
“Ho cominciato a fare una ricerca per capire quanti articoli al giorno che parlassero di pedofilia uscivano e quanti arrivavano ai giornali nazionali” racconta Francesca.
Dalla ricerca è emerso come nella maggior parte dei casi queste storie venissero raccontate esclusivamente attraverso due figure: da una parte la vittima, descritta come piccola e innocente, dall’altra chi compie l’abuso, rappresentato come un mostro, quasi appartenesse a un mondo lontano dalla vita quotidiana.
I dati restituiscono però una realtà diversa. Secondo la III Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti, prodotta dall’Ufficio Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza insieme a CISMAI e Terre Des Hommes con il supporto tecnico di ISTAT, l’87% dei minorenni presi in carico dai servizi sociali per maltrattamento ha subito violenze da una persona che appartiene alla cerchia famigliare.
“Un orco o un mostro appartengono a un mondo inesistente” racconta Francesca “Invece le persone che agiscono violenza invece sono qui, sono parte della società. Riconoscerle come persone non significa giustificare ciò che hanno fatto, ma comprendere che le dinamiche sono complesse e che, come collettività, possiamo intervenire per cambiarle”.
Dalla ricerca all’edu-game
Attraverso il progetto Gomitoli, sostenuto dal bando NORA, METI ha raccolto le riflessioni di diverse persone con un passato di abusi infantili: come si sentono quando leggono articoli su storie simili alla propria e che cosa vorrebbero trovare invece in quei racconti.
Da questo lavoro è nato un gioco, l’edu-game Gomitoli, che invita a riflettere su come vengono raccontati gli abusi nell’infanzia e a immaginare una narrazione diversa, che restituisca in modo adeguato l’esperienza delle persone che li hanno vissuti senza allontanare chi legge.
Il gioco è stato sperimentato in diversi contesti, tra cui alcuni centri antiviolenza.
Nei CAV, racconta Francesca, il confronto aveva un duplice obiettivo: offrire alle donne che avevano vissuto violenza in età adulta uno spazio per trovare le giuste parole con cui raccontarsi ma anche aprire una riflessione sugli abusi sessuali nell’infanzia.
“Queste esperienze” racconta Francesca “Possono far parte del passato di chi vive una violenza da adulta, ma spesso restano invisibili e difficili da nominare”.
Rompere gli stereotipi
L’obiettivo di METI è utilizzare l’edu-game Gomitoli come un grimaldello per scardinare gli stereotipi e aprire nuovi spazi di confronto.
Per questo, il gioco verrà portato nei luoghi in cui le storie vengono prodotte, raccontate e discusse: nelle redazioni, per coinvolgere giornaliste e giornalisti, e in occasioni aperte a un pubblico più ampio, come strumento di riflessione.
Una narrazione diversa può aiutare le persone che hanno vissuto esperienze simili a sentirsi meno sole ma anche a riconoscere che contrastare gli abusi è una responsabilità di tutte e tutti, come comunità.
Come sottolinea Francesca: “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio, per abusare di un bambino ci vuole un villaggio. Noi che villaggio vogliamo essere?”