Ascoltare le ragazze, riconoscere la violenza
“Una finestra sul mondo che, una volta aperta, è impossibile da chiudere”, è così che Giulia descrive il suo incontro con il femminismo e con le associazioni impegnate nel contrasto alla violenza maschile contro le donne. Un incontro avvenuto durante una lezione all’università, quando per la prima volta ha sentito parlare dei centri antiviolenza e ha capito che voleva conoscere quel mondo da vicino.
Operatrice da quindici anni, oggi lavora alla Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, dove è responsabile del settore accoglienza. Un lavoro fatto di ascolto, relazione, empatia. Ma anche della capacità di interrogarsi ogni volta che le storie delle donne fanno emergere bisogni nuovi.
Negli ultimi anni, proprio dall’ascolto delle ragazze più giovani, il centro ha iniziato a vedere con maggiore chiarezza una necessità nuova: rafforzare gli strumenti per riconoscere e affrontare la violenza sessuale.
Quando cambiano le domande, servono nuove risposte
La Casa delle Donne di Bologna è attiva dal 1990. Negli anni, il numero di donne che si sono rivolte al centro è cresciuto, ma il profilo delle richieste è cambiato soprattutto con l’apertura dello sportello universitario contro la violenza di genere, avviato nell’ottobre 2022 grazie alla collaborazione con l’Università di Bologna.
“Tra il 2024 e il 2025”, racconta Giulia, “la fascia di età che più si è rivolta al centro è stata quella tra i 18 e i 29 anni, anche grazie alla presenza dello sportello universitario. Tra ottobre 2022 e dicembre 2025, lo sportello ha accolto oltre 220 donne; in una percentuale compresa tra il 45% e il 50%, le richieste riguardavano esperienze di violenza sessuale”.
Per il centro, questo ha significato guardare più da vicino una forma di violenza che in precedenza emergeva in percentuali molto più basse e spesso dentro contesti diversi.
“Gran parte delle violenze che riuscivamo a intercettare nascevano dentro relazioni intime, familiari”, racconta Giulia. “Allo sportello universitario, invece, molte storie riguardavano violenze avvenute in momenti di svago, con persone conosciute da poco, amici, frequentazioni, oltre che con i partner”.
“Questo ci ha interrogato”, prosegue, “su come fino a quel momento avevamo trattato la violenza sessuale e su come potevamo migliorare per rispondere alle esigenze e ai bisogni nuovi di chi si rivolgeva a noi”.
La violenza nei luoghi della socialità
Il genere influenza profondamente l’esperienza dello spazio pubblico e della socialità.
Come fotografa il campione intervistato per il report “Perché non accada” di ActionAid, il 52% delle donne dichiara di aver avuto paura almeno qualche volta negli spazi pubblici, contro il 35% degli uomini. Tra le più giovani, il senso di insicurezza è ancora più forte: riguarda il 79% delle donne della Gen Z e il 71% delle Millennials.
Molte delle storie arrivate allo sportello universitario si inseriscono in questo contesto: luoghi dello studio, dello svago e del tempo libero in cui ragazze e donne non sempre possono sentirsi sicure e libere. Eppure, sono proprio questi gli spazi in cui si costruiscono relazioni, appartenenza e possibilità di partecipare alla vita collettiva.
Per questo, avere un presidio vicino ai luoghi della vita quotidiana delle ragazze può fare la differenza: rende più accessibile la richiesta di aiuto e permette di fare emergere ciò che rischierebbe di restare sommerso.
“Per molte ragazze, rivolgersi a un servizio interno all’università è percepito come meno complesso rispetto all’accesso diretto a un centro antiviolenza”, spiega Giulia. “Questo ha permesso di intercettare anche situazioni più precoci, più sfumate, prima che la violenza si aggravasse”.
MEDUSA: strumenti nuovi per bisogni nuovi
È per rispondere a queste nuove esigenze che nasce il progetto MEDUSA, sostenuto attraverso il bando NORA: un percorso pensato per rafforzare la capacità di prevenire, riconoscere e affrontare la violenza sessuale.
Il progetto ha messo in comunicazione i diversi settori della Casa delle Donne, rafforzato gli strumenti a disposizione delle operatrici e aperto spazi di confronto sul rischio di traumatizzazione vicaria, ossia lo stress emotivo che l’ascolto continuo di storie di violenza può avere su chi accoglie e accompagna le donne.
Grazie a MEDUSA è stata inoltre prodotta una ricerca quali-quantitativa a partire dai dati raccolti dal centro e da interviste alle operatrici: non solo un lavoro di analisi, ma un modo per sistematizzare il sapere maturato nella pratica quotidiana dell’accoglienza e trasformarlo in conoscenza condivisa.
Accanto alla ricerca, il progetto ha previsto cerchi di confronto con le donne accolte e lo sviluppo di strumenti informativi nati dalle domande emerse. Perché nominare la violenza significa anche dare risposte e strumenti a chi fatica a riconoscere ciò che ha vissuto.
Dove l’ascolto diventa prevenzione
Per Cristina Demaria, Delegata per l’equità, l’inclusione e la diversità dell’Università di Bologna, l’apertura dello sportello risponde alla necessità di offrire “uno spazio di accoglienza e di ascolto, uno spazio sicuro, gratuito e aperto a tutte le componenti della comunità universitaria”. Perché “la violenza di genere, anche se spesso non denunciata, c’è, esiste, ci circonda, e per combatterla, e soprattutto prevenirla, bisogna innanzitutto riconoscerla, e disporsi, aprirsi all’ascolto”.
Attivare uno sportello, allora, non significa solo aggiungere un presidio. Significa creare un luogo capace di intercettare domande che altrimenti rischierebbero di restare sommerse e trasformarle in strumenti concreti per riconoscere la violenza e non lasciarla senza risposta.
