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Matrimoni precoci e forzati: quando la scuola può fare la differenza 

 “Mi sono trovata senza gli strumenti giusti a cercare di rispondere a una studentessa che è scoppiata a piangere tra le mie braccia. Era promessa sposa a un uomo molto più grande di lei”. 

Micaela insegna accoglienza turistica all’Istituto Bartolomeo Scappi di Castel San Pietro Terme da 25 anni. Quando racconta questo episodio, torna ai primi anni della sua carriera, quando si trovò ad affrontare una situazione per cui non si sentiva preparata. 

Racconta di aver ascoltato la studentessa cercando, con il proprio buonsenso, di fare la cosa giusta. Oggi riconosce però che una formazione specifica le avrebbe permesso di comprendere meglio ciò che la ragazza stava vivendo e di rispondere in modo più adeguato al suo bisogno. 

I matrimoni precoci e forzati possono sembrare un tema lontano dalla quotidianità della vita scolastica. Eppure, l’esperienza di Micaela mostra come la classe possa essere tra i luoghi in cui queste situazioni emergono per la prima volta. 

Grazie al progetto La forza di un no, realizzato da Trama di Terre e finanziato dal progetto NORA, Micaela e altri docenti di istituti del territorio hanno partecipato a una formazione specifica sui matrimoni precoci e forzati. Il percorso ha fornito loro conoscenze e strumenti per riconoscere i segnali, ascoltare le richieste di aiuto e capire come attivare le risposte più adeguate. 

Il tema è poi entrato nelle classi. Una serie di incontri su consenso, libertà di scelta e relazioni ha aperto uno spazio di confronto su argomenti che spesso restano fuori dalla scuola. 

“Il coinvolgimento degli studenti e delle studentesse è stato immediato”, racconta Micaela. “Dopo gli incontri, alcune ragazze e alcuni ragazzi hanno iniziato a condividere le proprie esperienze”. 

All’inizio lo facevano in modo generico, quasi impersonale. Poi, quando hanno capito di trovarsi in uno spazio in cui potevano fare domande e parlare liberamente, hanno iniziato a raccontare episodi vissuti all’interno delle proprie famiglie o da persone vicine. 

“Molti ragazzi e ragazze, specialmente giovani di seconda generazione, hanno smesso di sentirsi trasparenti. Si sono sentiti visti”, racconta Micaela. 

Grazie alla formazione ricevuta, Micaela oggi si sente più preparata ad accogliere eventuali richieste di aiuto e ad affrontare con maggiore consapevolezza situazioni complesse all’interno della classe. 

“La scuola deve ripartire dall’ascolto attivo” afferma “Noi insegnanti dobbiamo abbandonare la logica per cui entri, fai lezione e te ne vai. Gli studenti e le studentesse devono essere al centro e noi dobbiamo prestare attenzione non solo al loro apprendimento, ma anche alla loro sfera intima e personale”. 

Gli insegnanti non sono tenuti ad avere tutte le risposte né ad affrontare situazioni delicate da soli. Attraverso un percorso come quello strutturato da Trame di Terra, possono essere però nelle condizioni di riconoscere i segnali, accogliere una confidenza e orientare studentesse e studenti verso le persone e i servizi in grado di accompagnarli. 

Photocredit: Camilla Milani