Quando l’esperienza diventa cura
Sage è un’educatrice professionale e facilita i gruppi di auto mutuo aiuto dell’associazione Meti, rivolti a persone adulte che hanno vissuto forme di violenza nell’infanzia.
Prima di diventare operatrice, in quei gruppi è arrivata come partecipante, portando con sé l’esperienza di abusi sessuali in ambito familiare e terapeutico.
“Dopo anni di psicoterapia individuale avevo bisogno di sentirmi un po’ meno sola”, racconta.
In Meti, Sage ha trovato uno spazio in cui condividere e rielaborare la propria esperienza insieme ad altre persone. Nei gruppi di auto mutuo aiuto, il vissuto di ogni partecipante non resta confinato alla dimensione individuale: entra in relazione con quello delle altre persone e diventa una forma di cura e di conoscenza condivisa.
È anche grazie a questo percorso che Sage è diventata facilitatrice, passando dall’essere accolta nel gruppo ad accompagnare, a sua volta, di chi intraprende lo stesso percorso.
Gomitoli: una narrazione che mette al centro le persone
Le esperienze e i vissuti individuali sono al centro del lavoro di Meti. È da qui che prende forma il progetto Gomitoli, sostenuto attraverso il bando NORA.
Gomitoli nasce con l’obiettivo di ripensare il racconto degli abusi a partire dal punto di vista di chi li ha vissuti, restituendo una narrazione più rispettosa delle esperienze e rendendo visibile ciò che spesso viene semplificato o lasciato ai margini.
Il percorso, racconta Sage, è partito proprio dai gruppi di auto mutuo aiuto. Attraverso incontri dedicati, domande guida e momenti di confronto sono emersi pensieri, emozioni, bisogni e punti di vista differenti.
“Abbiamo chiesto e, nel chiedere, sono uscite moltissime cose” ricorda Sage “Quella emersa con più forza è stata la necessità di stare nella complessità e di non semplificare un fenomeno così sfaccettato, che cambia in base a chi lo vive, a quando lo vive e a come riesce a elaborarlo”.
La narrazione più diffusa, soprattutto nei media, tende infatti a semplificare e a racchiudere le persone in categorie rigide come “vittima”, “carnefice” o “mostro”. Le esperienze reali, però, sono molto meno lineari di come vengono raccontate.
Da questo processo è nata una magic box: un edu-game che raccoglie storie e testimonianze e accompagna chi gioca in una riflessione sull’abuso, passando attraverso parole in cui anche chi ha vissuto questa esperienza possa riconoscersi.
Uno strumento di cura e prevenzione
Gomitoli non serve soltanto a ripensare il modo in cui vengono raccontati gli abusi nell’infanzia. Come sottolinea Sage, “ci permette anche di guardare con maggiore consapevolezza le relazioni del presente”: leggere i rapporti di potere, comprendere i propri confini e accorgersi di dinamiche che rischiano di ripetersi.
“È vero, è soltanto una scatola. Ma non è soltanto una scatola, perché dentro c’è uno strumento di prevenzione, attenzione e cura per le generazioni presenti e per quelle che verranno”, continua Sage “Ci permette di vedere chi fino a oggi è rimasto invisibile o si è perso dentro parole usate nel modo sbagliato. E ci aiuta a collegare ciò che è accaduto con ciò che potrebbe accadere ancora, per provare a interromperlo prima che si ripeta”.
Per chi ha vissuto un abuso, incontrare parole vicine alla propria esperienza può significare comprendersi meglio e sentirsi meno sola o solo. Per chi non lo ha vissuto, può significare imparare ad ascoltare e a cogliere prima i segnali.
L’esperienza diventa così una forma di cura per chi la condivide e uno strumento di protezione per la comunità.

Dai gruppi alla comunità
La forma dell’edu-game permette al lavoro di Meti di arrivare anche fuori dai gruppi di auto mutuo aiuto. Può essere proposto in scuole, servizi, centri antiviolenza e altri spazi educativi o formativi, per accompagnare il confronto e aiutare persone con esperienze e competenze diverse ad avvicinarsi al tema.
In questo modo, le parole nate nei gruppi non restano chiuse all’interno dell’associazione. Entrano in dialogo con chi lavora nei territori e diventano uno strumento per aprire domande, mettere in discussione narrazioni consolidate e costruire consapevolezza.
Per Meti significa rendere accessibile un patrimonio di vissuti e conoscenze maturato nel tempo, perché ciò che ha aiutato alcune persone a riconoscersi possa essere utile anche ad altre.
“Finalmente quello che facciamo può uscire dalle nostre mura metaforiche ed entrare in dialogo con il resto del mondo” racconta Sage “Con un po’ di coraggio e un po’ di paura, siamo pronti. Abbiamo voglia di parlare e di ascoltare.”